La Grande Fuga (The Great Escape), 1963.

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[tutte le immagini sono di pubblico dominio]

la ferrovia fu utilizzata da molti fuggitivi per guadagnarsi la fuga

La Grande Fuga è un film del 1963 di John Sturges (autore de “La Notte dell’Aquila” 1976, di cui già ci siamo occupati) tratto dall’omonimo libro di Paul Brickhill, basato su un fatto realmente accaduto. Le musiche sono del grande maestro Elmer Bernstein.
Attori: Steve McQueen (è il capitano Hilts); James Garner (è il tenente di squadriglia Robert Hendley); Richard Attenborough (è il maggiore Bartlett); James Donald (è il colonnello Ramsey); Charles Bronson (è il tenente Willinski); Donald Pleasence (è il tenente di squadriglia Blyth); James Coburn (è il tenente Sedgwick); Hannes Messemer (è il colonnello Von Luger); Gordon Jackson (è il tenente di squadriglia Mac Donald); David McCallum (è il tenente Ashley-Pitt).
Quella che stiamo narrando è la storia vera di un manipolo di prigionieri alleati che il 24 marzo 1944 riuscì ad evadere in un modo rocambolesco da un campo di prigionia tedesco.
Paul Brickhill, pilota australiano, fu il testimone diretto di quelle vicende in quanto partecipò alla realizzazione della fuga. Prendendo spunto dal suo libro, Sturges girò il film che ebbe un successo travolgente. 
Nella realtà il campo si chiamava Stalag Luft III  [e non «Stalag Luft Nord»]  ed era collocato a sudest di Berlino tra i boschi dell’Alta Slesia, nei pressi della città di Sagan (oggi Żagań) in Polonia, e non nei boschi della Baviera come nel lavoro di Sturges. 
Faceva parte di un gruppo di sei campi di internamento gestiti direttamente dalla Luftwaffe (l’aviazione militare tedesca della Seconda Guerra mondiale) destinati ai soldati alleati che vi giungevano dopo essere passati per il Dulag Luft, un altro campo situato vicino Francoforte sul Meno, nel quale venivano collocati provvisoriamente per fare in modo che rivelassero importanti informazioni militari.
Fu creato per ospitare inizialmente solo britannici e americani ma ben presto venne utilizzato per accogliere i prigionieri di altre nazionalità. Tra i fuggitivi, a differenza del film, non vi era nessun pilota americano.

l’odierna Żagań in Polonia

Questi uomini erano personaggi fuori dal comune. Addestrati a fronteggiare situazioni impossibili (d’altronde come i loro avversari tedeschi!), possedevano capacità e doti eccezionali: intelligenti e brillanti, erano controllati da militari comuni, cioè da guardie di terra che di certo non erano la crema della Luftwaffe. La fuga fu un’esperienza senza precedenti.
Il maggiore Bushell fu l’ideatore di tutto il piano che prevedeva l’esodo di 250 prigionieri attraverso la costruzione di tre gallerie che da sotto le baracche si sarebbero dovute addentrare fin all’interno dei boschi che circondavano l’intero campo.
Nella primavera del 1943 gli internati costituirono un comitato per l’organizzazione della fuga; vennero così create diverse squadre ciascuna con compiti specifici: vi era quella addetta allo scavo, quella allo smaltimento della terra, quella alla «distrazione» delle guardie, e per finire quella impegnata nella falsificazione dei documenti. Tutti dovevano avere una nuova identità.

statua dedicata alla RAF britannica

Furono scavati tre tunnel: Harry, Tom e Dick. Alla fine venne utilizzato solo il primo. Harry si trovava ad una decina di metri di profondità ed era lungo 102 metri ma per un errore di calcolo rimase fuori dall’inizio del bosco di circa 10 metri. La notte del 24 marzo 1944 lo percorsero 80 uomini che si diedero alla fuga.
Di questi solo tre, due norvegesi ed un danese, ottennero la libertà riuscendo a raggiungere la Gran Bretagna. Tutti gli altri furono catturati e consegnati alla Gestapo, che in spregio alla Convenzione di Ginevra, ne fucilò cinquanta cremandone i corpi e rimandando le ceneri allo Stalag III.

[…] Il film seppur con qualche concessione alla spettacolarità, segue abbastanza fedelmente la storia per tutto quello che riguarda la vita nel campo e il susseguirsi delle varie fasi della fuga, compreso il delicato lavoro di scavo del tunnel. I personaggi del film non corrispondono ai protagonisti della storia, ma rappresentano un concentrato delle caratteristiche di alcuni di loro. In questo modo Sturges sembra voler privilegiare gli aspetti avventurosi ed epici della vicenda, che grazie al film è ormai entrata nella leggenda. Gli sceneggiatori James Clavell e W.R. Burnett si presero molte libertà rispetto al testo di Brickhill e altre se ne prese il regista, soprattutto per adattare battute e situazioni al sontuoso cast che riuscì ad approntare, in parte mutuato da quello del suo film precedente, I magnifici sette.
Una delle più vistose concessioni allo spettacolo è quella che riguarda gli inseguimenti in motocicletta di cui è protagonista Steve McQueen. In effetti l’attore accettò di interpretare il ruolo di Hills solo dopo aver avuto ampie assicurazioni da parte del regista circa la possibilità di mostrare la sua abilità sulle due ruote. Anche se la sceneggiatura originale non prevedeva queste scene, Sturges lo accontentò e la sua concessione è diventata, poi, uno dei punti di maggiore attrazione del film sul pubblico lanciando una vera e propria moda.

[tratto da «il Grande Cinema di Guerra», terza uscita, Fabbri Editori – a cura di Monia Peluffo e testi di Alberto Castagna e Sandra Bai].

La pellicola di Sturges [così come l’altra, La Notte dell’Aquila del 1976] è un film di tipo antimilitarista in cui il regista sottolinea l’aspetto umano e cavalleresco che intercorre tra prigionieri e guardie, descrivendo la guerra come fatto complesso e nello stesso tempo verosimile, nel quale la distinzione tra nazisti e non-nazisti si rende necessaria e diventa doverosa.
Un esempio è il saluto nazista non ricambiato dal comandante di campo colonnello Von Luger ad un ufficiale tedesco delle SS.

Charles Bronson

Il concetto è chiaro: il popolo tedesco non può essere volgarmente incriminato per intero ed indistintamente, per tutto quello che è accaduto nell’immane catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. Nazisti non tutti lo erano e non tutti lo furono. Tale messaggio è stato fatto proprio anche da un altro grande regista, John Huston autore di un’altra pellicola memorabile: «Fuga per la Vittoria».
Le distinzioni logiche sono necessarie ed obbligatorie: non farlo vuol dire creare un mega calderone di concetti oscuri e di pseudo verità che portano all’infedeltà storica. Accomunare le posizioni di ognuno con le rispettive, diverse, responsabilità senza i necessari distinguo vuol dire peccare di disonestà intellettuale.

«Un set superbamente congegnato. […] Il cast è fitto  di personaggi ben delineati interpretati da divi carismatici.»

[cit. da: Il Cinema, grande storia illustrata]

About Author

Nicolò Vincenzo Di Giacomo

«il Corriere della Storia (& il Diario Boreale)» è un giornale di guerra che si occupa di etnoantropologia, di geografia e di linguistica. È un'antologia sul cinema che raccoglie tutte quelle pellicole ispirate a fatti realmente accaduti. È un foglio del passato che narra storie di luoghi, di uomini e di popoli. È un quaderno di storia che racconta i fatti del cielo, del mare e della terra, che hanno avuto come protagonisti gli uomini di ogni epoca !!!

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