La Grande Fuga (The Great Escape), 1963.

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[immagini libere tratte da Pixabay]

molti fuggitivi utilizzarono la ferrovia per guadagnarsi la fuga

La Grande Fuga è un film del 1963 di John Sturges (autore de “La Notte dell’Aquila” 1976, di cui già ci siamo occupati) tratto dall’omonimo libro di Paul Brickhill, basato su un fatto realmente accaduto. Le musiche sono del grande maestro Elmer Bernstein. Quella che stiamo narrando è la storia vera di un manipolo di prigionieri alleati che il 24 marzo 1944 riuscì ad evadere in un modo rocambolesco da un campo di prigionia tedesco. Paul Brickhill, pilota australiano, fu il testimone diretto di quelle vicende in quanto partecipò alla realizzazione della fuga. Prendendo spunto dal suo libro, Sturges girò il film che ebbe un successo travolgente.  Nella realtà il campo si chiamava Stalag Luft III  [e non «Stalag Luft Nord»]  ed era collocato a sudest di Berlino tra i boschi dell’Alta Slesia, nei pressi della città di Sagan (oggi Żagań) in Polonia, e non nei boschi della Baviera come nel lavoro di Sturges. Faceva parte di un gruppo di sei campi di internamento gestiti direttamente dalla Luftwaffe (l’aviazione tedesca) destinati ad ospitare i soldati alleati che vi giungevano dopo essere passati per il Dulag Luft (un altro campo vicino Francoforte sul Menonel quale venivano collocati provvisoriamente per fare in modo che rivelassero importanti informazioni militari. Inizialmente fu creato solo per britannici e americani ma ben presto venne utilizzato per accogliere i prigionieri di altre nazionalità. Tuttavia tra i fuggitivi, a differenza del film, non vi era nessun pilota americano.

il campo si trovava nell’odierna Żagań

Questi uomini erano personaggi fuori dal comune. Addestrati a fronteggiare situazioni impossibili (d’altronde come i loro avversari tedeschi!), possedevano capacità e doti eccezionali: abili ed intelligenti, erano controllati da militari comuni, cioè da guardie di terra che di certo non brillavano per acume. La fuga fu un’esperienza senza precedenti. Il piano venne ideato dal maggiore Bushell: egli tentò di far fuggire 250 prigionieri attraverso la costruzione di tre gallerie che da sotto le baracche si sarebbero dovute addentrare fino all’interno dei boschi che circondavano il campo. Nella primavera del 1943 gli internati costituirono il comitato per l’organizzazione della fuga. Vennero create diverse squadre ciascuna con compiti specifici: vi era quella addetta allo scavo, quella allo smaltimento della terra, quella alla «distrazione» delle guardie, e per finire quella impegnata nella falsificazione dei documenti. Tutti dovevano avere una nuova identità.

statua dedicata alla RAF britannica

Furono scavati tre tunnel: Harry, Tom e Dick. Alla fine venne utilizzato solo il primo. Harry si trovava ad una decina di metri di profondità ed era lungo 102 metri, ma per un errore di calcolo rimase indietro di circa 10 metri dall’inizio del bosco vero e proprio. La notte del 24 marzo 1944 lo percorsero 80 uomini che si diedero alla fuga. Riuscirono a guadagnarsi la libertà solo tre prigionieri, due norvegesi ed un danese, riuscendo a raggiungere la Gran Bretagna. Tutti gli altri furono catturati e consegnati alla Gestapo, che in spregio alla Convenzione di Ginevra, ne fucilò cinquanta cremandone i corpi e rimandando le ceneri allo Stalag III.

Stalag XB di Sandbostel vicino Bremervörde (Nord Ovest della Germania)

[…] Il film seppur con qualche concessione alla spettacolarità, segue abbastanza fedelmente la storia per tutto quello che riguarda la vita nel campo e il susseguirsi delle varie fasi della fuga, compreso il delicato lavoro di scavo del tunnel. [tratto da «il Grande Cinema di Guerra», terza uscita, Fabbri Editori – a cura di Monia Peluffo; testi di Alberto Castagna e Sandra Bai].

La pellicola di Sturges [così come l’altra, La Notte dell’Aquila del 1976] è un film di tipo antimilitarista in cui il regista sottolinea l’aspetto umano e cavalleresco che intercorre tra prigionieri e guardie, descrivendo la guerra come fatto complesso e nello stesso tempo verosimile, nel quale la distinzione tra nazisti e non-nazisti si rende necessaria e diventa doverosa. Un esempio è il saluto nazista non ricambiato dal comandante di campo colonnello Von Luger ad un ufficiale tedesco delle SS.

Charles Bronson (immagine libera)

Il concetto è chiaro: il popolo tedesco non può essere volgarmente incriminato per intero ed indistintamente, per tutto quello che è accaduto nell’immane catastrofe della Seconda Guerra Mondiale. Nazisti non tutti lo erano e non tutti lo furono. Tale messaggio è stato fatto proprio anche da un altro grande regista, John Huston autore di un’altra pellicola memorabile: «Fuga per la Vittoria»Le distinzioni logiche sono necessarie ed obbligatorie, non farlo vuol dire creare un mega calderone di concetti oscuri e di pseudo verità che portano all’infedeltà storica. Accomunare le posizioni di ognuno con le rispettive, diverse, responsabilità senza i necessari distinguo, vuol dire peccare di disonestà intellettuale.

«Un set  superbamente congegnato. […] Il cast è fitto  di personaggi ben delineati interpretati da divi carismatici.»

[cit. da: Il Cinema, grande storia illustrata]

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«il Corriere della Storia (& il Diario Boreale)» è un giornale di guerra che si occupa di etnoantropologia, di geografia e di linguistica. È un'antologia sul cinema che raccoglie tutte quelle pellicole ispirate a fatti realmente accaduti. È un foglio del passato che narra storie di luoghi, di uomini e di popoli. È un quaderno di storia che racconta i fatti del cielo, del mare e della terra, che hanno avuto come protagonisti gli uomini di ogni epoca !!!

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