Tristan Da Cunha: lontana da tutto, lontana da tutti.

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[immagini: Wikimedia Commons – licenze CC0 e CC BY-SA 2.0]

Tristan Da Cunha [foto di Michael Clarke]

«Il viaggio sarà epico e sarete accolti da una comunità amichevole. Richieste: eccellenti capacità relazionali e apertura all’avventura, che vi aiuteranno a integrarvi e adattarvi a vivere in un luogo così remoto.» 
Questo è l’annuncio col quale nel settembre del 2015 gli abitanti dell’Isola di Tristan Da Cunha cercavano insegnanti di matematica, di inglese e di scienze da assegnare ai loro 23 studenti. Non è uno scherzo, li cercavano per davvero.
L’Isola di Tristan Da Cunha è stata definita come l’isola più sperduta del mondo, o anche come l’isola della desolazione. Si trova nell’Atlantico Meridionale, a metà strada tra il Sud America ed il Sud dell’ Africa.
Assieme all’Inaccessible Island, e alle altre due isole Nightngale e Gough costituisce un piccolo e remoto arcipelago che dipende amministrativamente dal Territorio Britannico d’Oltremare di Sant’Elena, che si trova più
a nord a circa  duemila chilometri di distanza.

«benvenuti nell’isola remota» [foto di Brian Gratwicke]

A parte Tristan, che dà il proprio nome all’intero arcipelago, le altre tre sono totalmente disabitate.
Conta circa trecento abitanti ed ha una superficie di circa 200 km²; si trova al trentasettesimo parallelo sud.
E’ compresa nella fascia dei cosiddetti «quaranta ruggenti» e “dei cinquanta urlanti”, che sono espressioni convenzionali della marineria inglese che indicano due fasce di latitudini dell’Emisfero Australe, caratterizzate dalla circolazione di venti impetuosi che soffiano costantemente con una forza implacabile.
Scoperta nel 1506 dal navigatore portoghese Tristan Da Cunha, per diversi secoli fu meta di esploratori e di naviganti che tentarono infruttuosamente di stabilirvi un qualche insediamento, affinché diventasse una base di sosta per le lunghe e difficilissime traversate atlantiche durante l’epoca della navigazione a vela.

Divenne una base di rifornimento per le varie baleniere e per i cacciatori di foche. Francesi, olandesi, inglesi e portoghesi si alternarono per diversi secoli nei vari tentativi di colonizzazione.
Nel 1811 un corsaro americano, Jonathan Lambert, si impadronì dell’isola assieme ad altri sei pirati suoi compagni d’avventura, e si proclamò «Imperatore di Tristan Da Cunha”. Stabilendosi nel nord dell’isola, dove esiste l’unico punto di approdo possibile, creò una piccola base di ristoro per le navi in transito dedicandosi all’agricoltura. Iniziò così a barattare i suoi prodotti con quelli dei velieri di passaggio. Divenne ben presto un luogo di sosta necessario per tutte le baleniere e per le navi militari. I nuovi abitanti si uccisero a vicenda e sull’Isola rimase un solo colonizzatore, il pirata livornese Tommaso Corri. Fu arrestato dai marinai britannici della Falmouth, i quali crearono una piccola guarnigione nell’insenatura nord, dove c’era già il piccolo villaggio corsaro.

la Blue Ensign di Tristan

Nel 1815 il Regno Unito annesse l’isola ai possedimenti di Città del Capo, diventando formalmente colonia dell’Impero Britannico.Nel corso dell’Ottocento i suoi tentativi di popolamento furono molteplici, ma le dure condizioni di vita e la posizione incredibilmente remota dell’arcipelago, fecero desistere di volta in volta i vari pionieri e colonizzatori provenienti dall’Inghilterra, dalla Scozia e dall’Olanda.
Nel frattempo nel 1867 il villaggio fu ribattezzato Edinburgh of the Seven Seas, cioè «Edimburgo dei Sette Mari», in onore della visita del secondogenito della Regina Vittoria, Alfredo di Edimburgo. Nel 1892 il brigantino Italia che trasportava carbone da Città del Capo in Scozia, fu costretto a dirigersi verso l’isola dove naufragò nel tentativo di evitare l’affondamento a causa di un incendio divampato a bordo.
I supersiti, tre uomini italiani (due genovesi ed un marchigiano) decisero di stabilirsi sull’isola assieme ai 75 coloni inglesi e scozzesi insediatisi nei decenni precedenti. Col tempo la popolazione ebbe un discreto incremento grazie anche all’arrivo di cinque donne provenienti dall’Isola di Sant’Elena,  che andarono in spose agli altri pionieri. Oggi molti dei cognomi degli abitanti sono italiani: Repetto, Lavarello, Marcianesi.
Tutti gli abitanti dell’isola sono imparentati tra loro. Quasi tutti hanno il glaucoma o l’asma come malattia ereditaria a causa del normale livellamento genetico. Oltre ai tre cognomi qui elencati, ricorrono uniformemente gli altri tre più diffusi: “Green, Swain e i Glass”.
Molti l’hanno definita  con un solo aggettivo: “ostile”.  L’isola presenta una perenne coltre di foschia e di nubi che l’attraversano con una certa speditezza, a motivo delle forti correnti che si abbattono impietose sui suoi spazi verdi. E’ quasi interamente coperta di felci, di muschi e di licheni; l’asprezza del clima fa sì che l’agricoltura sia quasi impraticabile. L’economia si basa sul commercio di aragoste e su quello filatelico. I francobolli sono infatti ricercatissimi e molto ambiti dai collezionisti. Fino a poco tempo fa era vietato sbarcare sull’isola, vi si poteva accedere soltanto con un permesso speciale. E speciale è questa particolarissima comunità costituita da consanguinei: non esiste infatti la proprietà privata. Le leggi seguono una legislazione autonoma e ben specifica.

l’abitato di Edimburgo dei Sette Mari [foto di Michael Clarke]

L’amministrazione comune tiene conto dell’assenza della proprietà privata e dell’uguaglianza sostanziale di tutti i suoi abitanti in seno alla comunità; è gestita da un piccolo organo chiamato Consiglio dell’Isola. Gli eventuali vuoti legislativi vengono colmati dalla legislazione presente a Sant’Elena, dove al contrario di Tristan, vi è un governatore nominato dalla Regina Elisabetta.
I tristaniani lavorano per sé e per l’intera comunità secondo le proprie capacità e le proprie attitudini personali; i ricavati vengono equamente distribuiti secondo un regime di totale equità ed uguaglianza. Esistono un piccolo ospedale chiamato “Camogli Hospital”, in onore di uno dei capostipiti italiani originario proprio della piccola cittadina ligure; una chiesa; un piccolo campo di  calcio  e persino un caffè. A mezzanotte viene spento il generatore di energia elettrica. Non esistono né carceri, né luoghi di detenzione. Non esiste nessun aeroporto, né alcuna pista di atterraggio per aerei. Gli unici collegamenti esistenti sono quelli via mare con il Sudafrica che avvengono 5 o sei volte l’anno.Tutti i viveri e la posta arrivano via nave.

distintivo coloniale (1952)

Da Città del Capo sino a pochi anni fa (nei mesi in cui le condizioni climatiche sono clementi) partiva anche una crociera di vacanzieri diretti a Sant’Elena che toccava anche Tristan. Incantati da questo luogo remoto – persino dalle lunghissime antenne-radio, uniche orecchie affacciate sul resto del mondo – i turisti fanno spesso razzie di aragoste e di francobolli. I crostacei sono apprezzati su tutte le tavole della cambuse delle navi; gli stampati filatelici, considerati molto pregiati sono ricercati dai collezionisti di mezzo mondo.
Attratti dal birdwatching e dai sorrisi ammalianti degli abitanti liguri-scozzesi, i villeggianti hanno di certo modo di poter ammirare la bellezza di questo pezzo di terra sperduto in mezzo al mare-oceano.
Questa è Tristan: tanto inospitale, quanto accogliente!

 

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Nicolò Vincenzo Di Giacomo

«il Corriere della Storia (& il Diario Boreale)» è un giornale di guerra che si occupa di etnoantropologia, di geografia e di linguistica. È un'antologia sul cinema che raccoglie tutte quelle pellicole ispirate a fatti realmente accaduti. È un foglio del passato che narra storie di luoghi, di uomini e di popoli. È un quaderno di storia che racconta i fatti del cielo, del mare e della terra, che hanno avuto come protagonisti gli uomini di ogni epoca !!!

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